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Le comunità arbëreshë in Calabria

Nel 1534 gli albanesi di Corone, nella penisola di Morea, essendo la loro città caduta nelle mani dei turchi, ottennero dal vicerè, Don Pedro di Toledo, di essere accolti nell’Italia meridionale ed in Sicilia. images
La migrazione del 1534 non fu la prima degli albanesi in Italia sebbene fosse l’ultima di una certa consistenza. Quasi un secolo prima, nel 1443, ottennero da Alfonso V d’ Aragona il permesso di stanziarsi in Sicilia ed in Calabria in cambio di servizi resi al re.
Dopo la Morte di Giorgio Castriota Scanderbeg  e l’assoggettamento dell’Albania da parte dei turchi, il flusso migratorio verso l’Italia riprese con rinnovato vigore aumentando la consistenza delle colonie già esistenti in Calabria e Sicilia.
La venuta degli albanesi in Italia si ricollega dunque a memorie civili e guerriere di un’ epoca ben definita della storia d’ Europa, cioè alle vicende del Regno di Napoli, al primo insediamento della dinastia aragonese e al grande urto tra l’Europa cristiana e la Turchia musulmana, dominato dalla valorosa figura di  Giorgio Castriota Scanderbeg .

La lingua

La tenace persistenza della lingua e delle memorie patrie non impedì agli albanesi d’ Italia di fondersi di fatto con la vita e le vicende della loro patria d’adozione e di inserirsi nella sua storia civile e politica, basti ricordare che anche Francesco Crispi fu di origine albanese.
La lingua, le memorie, i canti e le tradizioni popolari divennero il profondo legame con la terra abbandonata e furono conservate e tramandate con amore e tenacia.
Questi canti e queste tradizioni oggi sono vivi nelle colonie albanesi calabro-lucane che dispongono di un folklore ricco e ben conservato. Proprio in occasione della Pasqua è  possibile osservare la “Vallja” danza popolare, formata da giovani vestiti in costume tradizionale arbëresche,  che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti eseguono canti epici, canti augurali e rapsodie tradizionali.
Secondo la tradizione questi canti rievocano una grande vittoria riportata da Giorgio Castriota Scanderbeg contro i Turchi proprio nel periodo pasquale.

I comuni di origine arbëresche nel Parco Nazionale del Pollino.

 
Frascineto
(Frasnita) , Civita( Çifti), Acquaformosa (Firmoza), San Basile (Shen Vasili), Lungro (Ungra), sono tutti comuni situati nel Parco Nazionale del Pollino dove l’identità arbëresche è intensamente sentita, anche attraverso una partecipata specifica ritualità  del ciclo dell’anno.
Queste comunità molto conservative nei confronti delle loro eredità etniche , sia linguistiche sia antropologiche, che vanno dall’uso del costume, alla musica, alle relazioni sociali di vicinato (gjitonia). Alcune di esse condividono la devozione e il pellegrinaggio annuale al Santuario della Madonna del Pettoruto, a San Sosti, dove vengono eseguiti canti religiosi femminili polivocali e tarantelle e dove le diverse tradizioni musicali, calabresi ed arbëresche, si confrontano e si influenzano vicendevolmente.
Una tappa importante per scoprire riti e tradizioni religiose non può prescindere da una visita nel borgo di Lungro, sede dal 1919 dell’ Eparchia di rito greco-bizantino.
La cattedrale di San Nicola di Mira, principale chiesa dell’Eparchia, fu costruita nel 1721 ed  è a pianta basilicale romanico-barocca a tre navate, ricca di mosaici, icone ed affreschi bizantini.
All’interno della cattedrale dell’Eparchia di Lungro è possibile ammirare Il mosaico del Pantocrator il quale copre l’intera superfice della cupola centrale, ovvero circa 120 m², per un’altezza di 18 metri.
Da visitare il Museo Etnico Arbëresche a Civita, al cui interno troviamo la biblioteca italo-albanese con più di 530 volumi pubblicati in Italia e più di 600 pubblicati in Albania, ed il museo etnografico “Argalia/Il Telaio” e l’annessa Biblioteca “A. Bellusci” specializzata nella cultura italo-greca-albanese a Frascineto.
Un viaggio ricco di tradizioni e cultura che rende unico da più di 500 anni il territorio del Parco Nazionale del Pollino.



 

 

 

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